Eccomi rientrato da Las Vegas dopo un viaggio tormentato fra ritardi allucinanti, perdite e ritrovamenti di valigie su voli completamenti diversi (insomma, una pescata della unicarta al river e conseguente super yeeeessss lanciato fra i poveracci che aspettavano in una coda lunga 50 metri all’ufficio bagagli smarriti dell’aeroporto di Venezia); un consiglio, non passate mai per il New York Kennedy perché i ritardi sono pazzeschi…
Arrivo alle 0.35 locali con la mia inseparabile moglie allo splendido Hotel Signature MGM Grand e trovo un appartamento con tutti i comfort possibili e immaginabili (anche inimmaginabili, tipo la TV in bagno, DVD player, internet via TV e 2 giornali consegnati ogni mattina). Balcone con vista imperiale sulla Las Vegas Valley e sulle montagne (lo Strip lo conosco a memoria…), valet service stupendo e piscina equiparabile a quella del Wynn. Il tutto a soli 234 dollaruzzi a notte per un totale di 10 pernottamenti: eravamo stufi del solito hotel, per quanto lussuoso (vedi PS di maggio) con i rumori delle slot-machines, il casino tipico degli hotel e tutto il resto che ne consegue. Con pochi giorni a disposizione la tranquillità per avere un minimo di successo alle WSOP (e cash games) era obbligatoria. Due giornate spese a girovagare negli stupendi scenari dei dintorni di Las Vegas (cui seguirà un articolo su Poker Sportivo) e via, pronto come non mai, a dare battaglia al primo dei due eventi scelti per tentare di ambire al prestigiosissimo braccialetto. Con il libro in uscita, la mia foto decorata avrebbe fatto bella figura ma, come si sa, le cose sono andate diversamente…
Il primo evento scelto (sia per scelta sia per i tempi imposti dal mio quasi ex lavoro di medico) si trattava del Seven stud High low 8 or better $1000 buy-in. So benissimo che è un gioco praticamente sconosciuto ai più ma le mie chances di piazzarmi bene erano parecchio più elevate di qualsiasi altro torneo. Iscrittomi il giorno prima (infatti facendo così si evitano code lunghissime), casco al tavolo numero 96, posto 7, uno dei posti che prediligo (odio il 5 e il 6). Avversari catalogati mediocri e struttura che consente un certo respiro (stack di 2000 con livelli iniziali di 15-30 e rounds di un’ora). Mi occorrono due ore circa per raddoppiare lo stack giocando mani imprevedibili e con un margine di fortuna appena superiore al 50%. Questo è il mio massimo livello di potenzialità poiché quando entro in gioco con un raise (ma anche con un limp) gli avversari preferiscono non battagliare con mani marginali. Leggo (non è autocelebrazione, è vero) perfettamente le mani avversarie dicendolo ad alta voce e acquisisco un ottimo controllo del tavolo. E così veleggio per parecchie ore anche se con i livelli che aumentano la pescata fortunosa di una carta determina un grande impatto sugli stack. Trovo l’amico Antonio Pezzi, anche lui in gioco (con la sua altezza impressionante è quasi impossibile non notarlo) e decidiamo di scambiarci un 5% sulle vincite.
Al break della cena, noto all’angolo snack Max Pescatori e il simpaticissimo e disponibilissimo Dario Minieri (ok, Dario è un mio idolo, nonché l’unico giocatore italiano, di gran lunga, in grado di vincere il Main Event). Un hamburger poco attraente per i gusti italici e trovo anche Dario Alioto, che sta lottando per avere un pasto decente. Cena in piedi a tre e via per il proseguio del torneo. Al rientro, elimino, udite udite, il vincitore dello stesso evento dell’anno scorso, che sfoggiava con ostentato legittimo orgoglio il braccialetto dell’anno 2006. Altri due avversari cadono sotto i miei colpi e mi sento ultra concentrato per fare bene. Ma l’ultimo avversario che elimino (totale 6 giocatori fatti fuori dal sottoscritto) lasciano il posto ad un tipo dalla faccia poco promettente che ha uno stack notevole. E per non so quali ragioni, proprio questo mi prenderà di mira sparando a raffica parole non di soddisfazione sul mio gioco. Ogni volta che faccio raise, questo mi fa call e purtroppo, nelle carte successive, pesca carte molto minacciose che devono farmi calare nei panni del prudente (che equivale, spesso, ad essere vittima e non “carnefice”). Così, cerco di concentrarmi alzandomi ed andando spesso ai servizi, cosa che aiuta ma nel contempo incappa nel fenomeno ben noto della differenza termica di almeno 20 gradi. Eh si, perché quest’anno si sono registrati i giorni più caldi nella storia di Las Vegas, sfiorando le temperature i 45°. Devo dire che gli organizzatori devono aver ascoltato le critiche (Su Poker Sportivo di luglio) che ho loro rivolto riguardo le temperature visto che all’interno del casinò l’atmosfera è confortevole e l’illuminazione migliorata.
Per farla breve, nonostante le mie mani di partenza siano molto più favorite delle sue, mi ritrovo con 1800 punti (mio stack massimo 6700). Mancano 10 minuti al Day 2 (sono le 2.50 locali), circa 200 giocatori attivi su oltre 600 iniziali, e mi ritrovo con 3-4-5 di picche in mano, una delle mani più potenti di questo gioco (praticamente il massimo). Trovo tale Barbara (professionista di LV) che mi fa call su tutte le puntate ma il mio 3-4-5-3-6-Q-J con 4 picche in sesta carta (un miliardo di possibilità di vincere la mano) incappa nel A-3-4-5-10-9-9 della mia avversaria spedendomi a casa.
Intanto Pezzi era già uscito e quindi, sfortunatamente, nessun italiano ancora in gioco.
Il giorno dopo decido di giocare a no limit cash per cercare di accumulare i $1000 necessari per l’iscrizione al torneo SHOE (un mix di 4 giochi, cioè hold’em, stud, omaha hi/low e stud hi/low) del 1 luglio. Arrivo su un tavolo di $2-$5 di blind e in poco tempo (grazie alla scarsezza degli avversari) recupero 650 dollari. Credetemi, chi dice che alle WSOP nei cash games c’è gente scarsetta ai limiti inferiori ha perfettamente ragione: tutti sembrano aver visto molta TV e letto pochi libri sulla strategia da adottare. Ho visto gente pensare con J-J su un all-in in un flop di A-A-Q (piatto 120 dollari, all-in di 800!!!!).
Cambio i soldi e ritorno il giorno successivo per lo SHOE. Non nego che devo assolutamente sperare in due giochi su quattro per veder manifestato un eventuale mio margine: cioè i due games stud. E infatti e proprio su questi che accumulo un po’ di gettoni che poi restituisco per giocate improvvide (e sfortunate) ad omaha high/low e hold’em. Al mio tavolo il professionista Casey Castle che è l’unico che tenta con insuccesso di bluffarmi. Intanto incrocio Max Reyanud che mi deve un intervista per il suo eccellente 4° posto all’Omaha high low da $5000. Proprio al tavolo a fianco scorgo l’amico Luca Pagano che ha uno stack da paura. Solidarietà fra italiani e ci scambiamo un 5% fra il sottoscritto, Max e Luca. Max, purtroppo, esce dopo un paio di ore e Trevix fa la stessa fine con 2

3

Q

7

dopo un board di 3

5

6

Q

(doppia coppia Queen e 3, flush draw, straight draw e quarto low). Il river K

mi spedisce a casa avendo l’avversario A

4

9

J

.
Rimugino un po’ e dopo un paio di orette entro nello stud cash game $50-$100 dove con il mio gioco a volte poco ortodosso e le solite letture indovinate vinco $4200 e mi dirigo alla cassa. Con mio disappunto noto il vecchio e solito discorso che chi cambia più di $3000 deve dare il proprio social security number oppure (visto che non sono US resident) il proprio passaporto. Vengo registrato non so per quali fini e me ne vado a casa abbastanza contento.
Non volendo più tentare la sorte ai tornei WSOP scelgo i cash games come obiettivi. Arrivo, dopo caldo allucinante, ad un tavolo no limit $2-$5 dove cambio appena $200. Dopo 4 ore circa lascio il tavolo dopo aver vinto un piatto di $400 con King high e perso tutto il mio stack in un piatto dove avevo fatto call su un all-in con top pair e flush draw (avevo 10

9

) su un flop di 7

10

3

mentre l’avversario aveva J

J

(nessun aiuto da turn e river).
Il giorno dopo ritorno al Rio e assisto al più allucinante tavolo di Pot limit Omaha mai visto (e avevo visto quello del Concord a Vienna, veramente pazzesco). Con i blind di $25-$50 e forced straddle bet di $100 sul bottone, cinque giocatori con stack da paura si affrontavano a colpi di bigliettoni da $100. Un raise dopo il flop (piatto medio di $2000) significava assistere alla conta di 50-60 biglietti da $100, il massimo taglio consentito nella moneta americana). I giocatori sembravano in preda ad una sorta di allucinazione da quanto buttavano banconote nel piatto. Il Top l’ho visto quando un giocatore apparentemente ubriaco ha fatto call con la nut straight (A-J-8-9) su una puntata di $10.000 e un board di K

K

10

Q

9

(possibile colore e un molti full house): lettura perfetta o spirito di gambling? Chi lo sa!
Subito dietro a questo tavolo di pseudo-pazzi un paio di tavoli di chinese poker dove ci si scambiavano diversi bigliettoni da $100. Molti mi hanno detto che il chinese poker è fortuna al 95% e così era ancora più interessante vedere come questi amanti dell’azzardo amavano passarsi cifre che una persona normale guadagna in un mese di lavoro. Incredibile a dirsi, in questi tavoli ho visto pochissimi giocatori di origine asiatica (amanti di questo gioco): che sia il pokerista ad alti livelli solo un super gambler?
Finalmente trovo il terreno adatto a me: uno stud hi/low da $50-$100, un altro da $150-$300 e un mix game (badugi, deuce to seven lowball e Omaha high /low) da $300-$600. Tralascio l’ultimo sia perché ho “solo” $13.000 con me e sia perché non comprende gli stud games, giochi a me preferiti. Mi spiace (cazzius, guadagno, poker a parte, 2700 euro al mese…) poiché vedo grandi giocate in bluff (vedo Jon Shoreman che ama spingere fuori misura e molte mani con nulla) e molte bibite a fianco: prometto che il prossimo anno provero’ a sfidare questi campioni, almeno perdero’ con chi sa giocare..seppur in bibita…
Nell’attendere il posto al $50-$100 mi invitano allo stud high low da $150-$300: sono in quattro ma non ho mai giocato a questi livelli (e poi, dopotutto siamo a Las Vegas alle WSOP). Pensa e ripensa decido che il mio patrimonio genetico spinge per il gambling: sono un giocatore e devo rivestire questo ruolo fino in fondo, costi quel che costi. Mi siedo buttando con nonchalance (finta) $5000 in bigliettoni (in realtà prima ne butto molti di più, sperando in un effetto “ho molti soldi da buttare via, ragazzi!”).
Arriva il “chip-runner employee” e mi cambia i miei $5000 in in uno stack da gettoni verdi (totale $2500) e 25 sconfortanti pezzi neri da $100.
Sembrano pochi per $5000….
Con un ante di $25 e “forced bet” di $50 ogni mano foldata da bring-in significa $75 buttati al vento…
Perdo due mani consecutive abbandonate in quinta carta (e $1500 circa) e mi sento un po’ depresso. Ma decido che voglio immolare tutti i miei $5000. Tre mani dopo parto con 2

4

6

, mano potentissima a questo gioco, e faccio reraise su un call e un raise sul mio bring-in (ho un 2). Entrambi fanno call e un fantastico flush a cuori e 8 low mi danno il piatto di oltre $6000. Ordino una birra (Corona, no lime) e in tre mani mi chiamano al $50-$100. Che avreste fatto al mio posto?
Esatto! Prendo il mio stack e mi dirigo al più abbordabile $50-$100 dove, dopo 3 birre Corona e 5 ore di gioco, vinco altri $800.
Non ho vinto un braccialetto, non ho raggiunto nemmeno lontanamente i posti in the money, ma ho acquisito una certa “confidence” a questo gioco dove spero, un giorno, di poter permettermi di sedermi al mitico, eclatante, $50.000 H.O.R.S.E. Come leggerete su Poker Sportivo di luglio, avevo previsto (non sapendolo, ho consegnato il mio manoscritto il 20 giugno) che solo un professionista di calibro può vincere questo evento: e infatti ho indovinato perché dopo Chip Reese nel 2006, il pro Freddy Deeb ha vinto il WSOP 2007: avrò una minima chance di arrivare in the money nell’evento più prestigioso per un pokerista?
Ciaooo
Marco Trevix