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il 20 Ago 2018

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Carlo Savinelli tra certezze e obiettivi: “Ormai gioco a varianza zero, sento il bisogno di un bel successo!”

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Carlo Savinelli tra certezze e obiettivi: “Ormai gioco a varianza zero, sento il bisogno di un bel successo!”

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Chi pronuncia frasi come “I soldi non danno la felicità” viene talvolta percepito come ipocrita.

Non tanto perché effettivamente lo sia, quanto per la distanza che crea alle orecchie del suo interlocutore.

Nella realtà in cui siamo immersi la maggior parte delle persone fa fatica a slegare completamente il concetto di felicità da quello di ricchezza, ergendo inconsapevolmente una barriera nei confronti chi non appartiene al medesimo background socio-economico.

I pokeristi sono un caso molto particolare, in quanto ai massimi livelli un giocatore professionista può accedere a una quantità di opportunità, siano esse beni, servizi o occasioni vere e proprie per fare delle esperienze, che di norma sono off-limits per chiunque svolga un semplice lavoro impegatizio.

Ciò non significa che i giocatori siano immuni dalle insicurezze o dallo sconforto solo per il fatto di aver raggiunto una stabilità economica invidiabile. In fondo un po’ tutti viviamo di obiettivi, e per quanto capiente possa esser la tasca senza le giuste motivazioni è difficile arrivare ad esser soddisfatti di quanto costruito nella propria esistenza.

Di questo e altri argomenti, generalmente poco trattati nei portali di poker, abbiamo chiacchierato questo pomeriggio con Carlo Savinelli, che dopo le vacanze estive si accinge a far le valige per affrontare il festival EPT in quel di Barcellona.

Per uno come lui, che come giocatore ha poco da dimostrare a sé stesso, la motivazione non può venire esclusivamente dal raggiungimento di un traguardo economico. Ecco perché il confine tra giocare nella propria zona di comfort e trovare la giusta spinta per fare un passo in avanti diventa piuttosto labile:

A 32 anni ho raggiunto una tranquillità economica che mi permette di giocare sempre nella mia zona di comfort anche se, sembrerà strano da dire essendo l’obiettivo di ogni professionista, questa condizione ideale sta diventando difficile da gestire quando si tirano in ballo le motivazioni. Lungi dal voler essere presuntuoso, ma al momento sono tra i pochissimi che può affermare di giocare a “varianza zero”. In passato giocavo sempre un gradino sopra la mia zona di comfort, ora gioco addirittura uno sotto: per questo sono così sicuro della mia affermazione. Nella quotidianità gioco limiti che batto costantemente da anni e credo sia impossibile, allo stato attuale, che la mia carriera possa terminare a causa di un downswing prolungato.”

E’ arrivato insomma il momento si spostare l’asticella più in alto, ma come?

“Ho voglia di affermarmi e vincere un torneo importante. Non sono uno a cui piace stare a guardare e una vittoria prestigiosa in un circuito internazionale mi darebbe quella legittimazione di cui ora sento la mancanza.

Alla luce di quanto detto, se ti trovassi a deep-runnare un Main adotteresti un atteggiamento più aggressivo? Una sorta di “o la va o la spacca” per intenderci…

Assolutamente no, io cerco sempre di fare la scelta più giusta. Non ho problemi a foldare per un livello intero se per stack, avversari e ICM sono costretto a giocare in modo più conservativo così come non mi son fatto scrupoli a fare un bluff enorme nella mia prima apparizione a un torneo da 100.000€. Non soffro di alcun tipo di condizionamento assimilabile a un’ansia da prestazione. Semplicemente il poker, per sua stessa natura, ti pone di fronte a delle ‘sliding doors’: se prendi quella giusta la tua carriera può andare in una direzione piuttosto che un’altra.”

E se l’affermazione arrivasse in un torneo minore, come il Poker Concept da 500K a cui sappiamo prenderai parte subito dopo Barcellona, andrebbe bene comunque?

Vincere 100 o 200 mila euro sarebbe positivo dal punto di vista economico, ma non cambierebbe nulla. In carriera ho già fatto un final table EPT, ho giocato un torneo da 100K, ho vinto un high roller in Francia, uno all’EPT, ho fatto un sacco di tavoli finali in tornei con field mostruosi come a Nova Gorica dove ho chiuso 8° con 300K al primo. Son tanti soldi, per carità, ci metterei la firma, ma non mi darebbero quel che cerco. Quando invece ho fatto quarto per il braccialetto (lo scorso anno al Monster Stack da 1.100€ alle WSOPE di Rozvadov ndr.) c’erano in palio ‘solamente’ 140mila dollari o giù di lì, ma vuoi mettere la soddisfazione di vincere il torneo e portarsi a casa il braccialetto?”

Quindi a ottobre ti vedremo in prima linea alle WSOPE…

Questo è sicuro! Tuttavia il fatto di non esserci ancora riuscito, in un certo senso, lo attribuisco in parte a me stesso. La vita è una questione di priorità e io probabilmente non ci ho mai creduto fino in fondo perché ho sempre pensato: vale la pena alienarsi e giocare ossessivamente per raggiungere questo obiettivo proprio negli anni più belli della tua vita? Consapevoli del fatto che la percentuale di riuscita, anche per via della varianza, rimane comunque bassa…”

Qual è il “dark side” della vita di un professionista ai tuoi livelli?

La vita da pokerista mi ha dato tantissime opportunità ma la maggior parte di queste hanno sempre avuto a che fare col gioco: trasferte poker related, vacanze poker related, amici poker related…E se, alla fine dei conti, non ne valesse la pena? Andare sempre a mille all’ora comporta grandi sacrifici in termini sociali, dal tempo sottratto alla famiglia a quello alla compagna/moglie o agli amici. Anche per questo ho preferito volare basso pur crescendo costantemente di anno in anno. Certo, avrei potuto giocare e ogni tanto gioco limiti più alti, come potrebbe capitare a Barcellona se ci saranno le partite giuste, ma rimangono comunque occasioni sporadiche. Più alta è la posta, più potrei swingare e più la mia stabilità emotiva potrebbe risentirne: perché forzare la mano?

Da appassionato di calcio, se dovessi pensare a un giocatore (del presente o del passato) che ti rappresenta come pokerista chi sceglieresti?

Di quelli attuali non saprei dire, ma tra le glorie del passato sceglierei George Best. Ricordate quando fece il tunnel a Cruiff e gli disse: ‘Tu sei il numero uno solo perché io non ho voglia di esserlo”? Ecco, questa è una frase che rispecchia molto la mia attitudine nel poker: sono cosciente del mio potenziale ma allo stesso tempo non ho mai dato tutto me stesso per essere il numero uno, non è mai stato un obiettivo primario.

Tante persone non si pongono determinati obiettivi per paura di fallire. E’ così anche per te?

Sono molto competitivo quindi sì, fallire mi brucerebbe davvero tanto...”

Chi non ne avrebbe il timore, direte voi. Meglio provare a superare i propri limiti senza avere alcuna garanzia di successo o godere per quanto fatto senza ambire a chissà quale slancio?

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