|
NEW YORK — Un bluff da 12 milioni di dollari. Jamie Gold, 36 anni, è il nuovo campione mondiale di poker (W.S.O.P. - Word Series of Poker). Lui, un dilettante di Malibu, un agente di spettacolo in discesa nel difficile sottobosco di Hollywood, uno che al massimo della carriera è riuscito a scoprire una delle Casalinghe Disperate del noto serial tv (salvo poi essere messo alla porta da Felicity Huffman a successo arrivato). Tornerà a casa con un camion di dollari, Jamie, con più di mezza tonnellata di banconote da 100. Un signor nessuno, un outsider che arrancava oltre il 30˚ posto nelle classifiche ha sbancato Las Vegas e adesso posa con una montagna di denaro nella hall del Rio Hotel and Casino. La prima telefonata a casa, al padre che non se la passa molto bene: «Ho vinto». Il campione Jamie Gold con la montagna di soldi vinti al poker nella finale delle World Series di Las Vegas.
Alla fine è rimasto solo lui. I giocatori al via erano 8.733. Da tutto il mondo. Degli ultimi sette seduti al tavolo, bluff dopo bluff, li ha fatti fuori tutti lui. Il professionista svedese Erik Frieberg, 23 anni, è tornato a casa con 2 milioni di dollari, sconsolato. «Non so cosa mi è successo», ha detto un po’ frastornato dopo aver perso con Jamie. Non c’era niente da capire: l’agente di Hollywood ha continuato a rilanciare, portando lo svedese a giocarsi tutto. Erik aveva un poker di jack. Jamie ha lasciato sul tavolo quattro donne. «A volte sono stato fortunato, a volte ho giocato bene». Dopo 12 giorni di maratona, alla fine anche il modesto Jamie lo ammette: «Ma sì, diciamolo: ho giocato il miglior poker della mia vita». Il campionato mondiale di «Texas Hold’em» si tiene da 11 anni. Il Texas Hold’em è la variante del poker più diffusa negli Usa e si gioca con alcune carte scoperte. In Italia invece va di più il «Draw Poker», a carte tutte coperte. Il torneo è diventato molto popolare, il più ricco del mondo, tanto che le fasi finali sono andate in onda sulle tv nazionali. Il primo vincitore a portarsi a casa un milione di dollari, nel 1995, fu Dan Harrington detto «Action» (azione). Gli anni seguenti hanno visto trionfare molti professionisti. Gente con un nome e soprattutto con un soprannome: Il fossile, Mike the Mouth, Miami John. A Jamie Gold manca soltanto quello. Un nomigliolo. Bluff potrebbe fare al caso suo. Chi mastica di poker ha riconosciuto che è stata la sua carta migliore. Anche nell’ultima partita, all’ultima mano. A contrastare Jamie «bluff» Gold (che sarà un caso, ma vuol dire oro) giovedì era rimasto solo Paul «pesce veloce» Wasicka, 25 anni, ex manager di ristorante del Colorado. Gli altri erano stati fatti fuori da Bluff. Dei nove che erano arrivati alla finale quattro erano professionisti. Gli altri: un agente assicurativo, un pubblicitario, un laureato fresco di college e un uomo d’affari in pensione. Alla fine l’agente di Hollywood caduto in disgrazia (per un certo momento è riuscito a rappresentare anche James Gandolfini dei Sopranos) contro il ristoratore di Westminster nel Colorado. Certo, i due finalisti partivano da posizioni diverse. Gold era messo molto meglio, aveva accumulato fishes a palate per un totale di 79 milioni. «Pesce veloce» invece è arrivato allo showdown con un gruzzoletto pari a 11 milioni. Il primo caricatissimo, il secondo nella parte dell’outsider. Bluff non ha perso la testa. Aveva abbastanza fishes da controllare il gioco. Ma psicologicamente, partendo favorito, aveva molto più da perdere. La mano finale è stata un capolavoro di simulazione. Un bluff al contrario. Nel poker che si gioca in Italia, come nel linguaggio comune, un giocatore bleffa quando riesce a far credere all’avversario di avere carte migliori delle sue quando invece non è vero, costringendolo a mollare quando invece avrebbe potuto vincere. Lo scherzo che Jamie Gold ha tirato a Paul Pesce Svelto è stato l’opposto. Lo ha indotto a credere di avere brutte carte (in realtà aveva una doppia coppia, di nove e di donne). Pesce Svelto ha abboccato e ha pensato che era il momento di giocarsi tutto. «All in». Aveva solo una coppia di dieci. «È stato veramente bravo a ingannarmi all’ultimo giro — ha commentato sportivamente Wasicka al termine della partita —. Nell’ultima mezz’ora mi sembrava che stesse rischiando. Ho dato retta alla pancia, ho pensato "questo non ha davvero niente in mano" e mi è andata male». Non proprio malissimo. Pesce Veloce si porta a casa nel Colorado da 6 milioni di dollari. Anche per lui ci vorrà il camioncino.
Michele Farina, CORRIERE DELLA SERA 14 agosto 2006 |