Sunday, Oct. 20, 2019

Strategia

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il 22 Set 2019

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Jonathan Little ci spiega come giocare le mani marginali da short stack

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Jonathan Little ci spiega come giocare le mani marginali da short stack

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Jonathan Little è sempre un pozzo di grandi ispirazioni. L’americano non è mai banale al tavolo e ogni singolo spot giocato, raccoglie una serie di aspetti da analizzare. Oggi è la volta delle mani marginali in situazione di short stack. Molto spesso nei suoi video Little ci ha spiegato che la situazione da short, pur con tutti gli svantaggi del caso, offre a sua volta una sfilza di situazioni per poter risalire la china.

La mano che andremo ad analizzare assieme al pro stelle e strisce, concerne un evento da 1.000 dollari giocato lo scorso luglio alle WSOP di Las Vegas. Con uno stack non proprio deep e con K-J, Jonathan Little ha dato vita ad un spot particolare. Adesso è giunto il momento di sezionarlo passo per passo e capire il processo mentale che ha portato l’americano a determinate scelte.

La mano

Little è impegnato in uno degli infiniti eventi da 1.000 dollari di buyin alle scorse WSOP di Las Vegas. Il torneo è ancora nelle prime battute, ma per Jonathan l’avvio non è stato dei migliori: ha 3.500 chips quando si gioca il livello 75-150, vale a dire 23 big blinds, con livelli turbo. Una situazione da short stack per lui.

L’americano si trova da middle position e dopo il fold dei rivali, con K J opta per un raise a 350. “Solitamente è una mano che passo e che va passata. Ma ho un tavolo tutto sommato non eccessivamente aggressivo e con 23 big blinds voglio dare una scossa importante al mio stack. Opto per il rilancio, pronto poi a passare in caso di qualche 3bet da late position“.

Gioca solo il grande buio e si passa al flop A K 9  .

Ho pescato quello che si chiama in gergo una mano marginale. A dire la verità K-J è già una mano marginale di per se, ma quello che conta adesso è aver hittato un king al flop. Ho la seconda coppia sul board e dunque non ho un punto importante in mano. Il mio avversario fa check e opto anche io per la stessa mossa. Preferisco controllare la situazione, considerando il vantaggio della posizione e poi valutare nelle altre due strade. Uscendo in bettata al flop, mi espongo ad un check/raise che mi porta soltanto a foldare

Il turn consegna un 3 . E qui il big blind esce a 350 chips.

“Non è una situazione idilliaca per me. Ne il board e ne tanto meno la puntata del mio avversario. Però non sono ancora nelle condizioni di dover gioco forza passare la mano. Dunque mi limito al call, controllando la mano in posizione. Il river è il punto di svolta e li prenderò le decisioni più importanti”. 

In quinta strada scende 5 , mentre nel piatto ci sono 1.675 unità. Il big blind per la seconda volta consecutiva opta per una bet e al di la della linea ci sono adesso 550 pezzi.

“La sua small bet al river può significare tutto o niente di per se. Il problema è la nostra mano marginale. Quell’asso a terra ci rende bluffabili dai nostri rivali, anche con mani peggiori delle nostre. Nel suo range possono esserci 10-10, come K-10: punti che potremmo battere, ma con l’asso al terra tutto ci complica la vita. E’ possibile anche che abbia K-Q in mano. Quel 5 al river chiude un scala ad incastro, ma diventa difficile ipotizzare un 4-2 in mano al big blind”

Continuando ad ipotizzare un suo possibile range, escludo assi con figure: avrebbe quasi sicuramente 3bettato preflop. Un A-X invece non credo lo avrebbe indotto al check sul flop, almeno che nella sua testa non ci fosse un piano ben preciso di check/raise dopo una mia possibile bet. Possibile il suo semibluff con mani come Q-10, J-10 e progetti non  chiusi. Non dobbiamo dimenticare che la struttura turbo dell’evento, ci porta molto spesso ad aggredire con più frequenza e dunque a bluffare più del solito”. 

Per tutta questa serie di motivi Jonathan Little chiama e il big blind mostra K-10. Il piatto da 2.775 pezzi va ad ingrossare lo stack del pro americano.

“La mia lettura alla fine si è rivelata giusta. Diciamo che la condotta  del mio avversario non è stata delle migliori. Soprattutto nella scelta di size che mi hanno quasi sempre spinto a mettere, invece che a foldare. A sua volta si è trovato con una mano marginale, ma con lo svantaggio di essere fuori posizione. Al suo posto avrei già iniziato a martellare dal flop e probabilmente sarei riuscito a portare a casa il piatto”. 

L’ultima considerazione di Little è sulla situazione di short stack: “Ancora una volta abbiamo visto che la situazione di short stack non è poi così impossibile. Ovviamente serve lo spot ideale per affrontare tale situazione, ma con studio e selezioni delle mani, oltre che osservando lo stile degli avversari, possiamo trasformare a nostro favore situazioni all’apparenza difficili“.

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