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il 30 Lug 2019

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Una partita all’Orleans di Las Vegas per entrare nella cultura americana del Texas HoldEm

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Una partita all’Orleans di Las Vegas per entrare nella cultura americana del Texas HoldEm

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Negli Stati Uniti D’America il Texas Hold’Em è un gioco di massa, come testimoniano i trenta milioni di spettatori statunitensi che hanno seguito la diretta ESPN del Tavolo Finale del Main Event WSOP 2019.

Alla tradizione italiana invece appartengono più giochi completamente affidati al caso come il Lotto, senza cogliere la contraddizione del vedere un gioco di abilità come il poker relegato nella sfera dell’azzardo.

Quanto e come il poker possa essere patrimonio collettivo di un intero popolo mi apparve chiaro una sera in cui andai a giocare in un casinò di Las Vegas lontano dalla Strip, in cui si trovavano i locali per passare qualche ora al tavolo in compagnia.

 

“Andiamo all’Orleans”

Erano i tempi dell’ultima spedizione di ItaliaPokerClub per le WSOP, quindi parliamo di diversi anni fa.

Una sera il lavoro finì un pelo prima del solito e decidemmo di andare a giocare. Il collega era un fine conoscitore delle cose di Las Vegas con una attrazione fatale per le varianti: quella sera propose un casinò fuori mano, dalla parte opposta della Strip, dove c’erano tavoli di tutti i Limit Games.

“Al Venetian e al Bellagio trovi solo l’Omaha, all’Orleans invece Stud, 2-7… Tutte!”

Sinceratomi che ci fossero comunque tavoli di Holdem acconsentii e partimmo. Dal Rio prendemmo West Flamingo Road voltando le spalle ai casinò della Strip.

Dopo un paio di miglia eravamo arrivati davanti al casermone che evidentemente aveva conosciuto il suo massimo splendore qualche decennio prima.

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Foto di Micheal Buck – licenza Creative Commons

 

Appena entrati incrociammo Max Pescatori, a un tavolo invece stava giocando il blogger di PokerNews che quell’anno aveva vinto il braccialetto nell’evento 1, quello riservato agli addetti ai lavori.

Passai a prelevare dall’ATM e mi accomodai a un tavolo di NLHE 1-3$. C’erano solo due under 50, un tipo con le cuffie che non preferiva parola e una tipa dall’aspetto mascolino che aggrediva come non ci fosse un domani.

 

Un tavolo di amici Over50

Degli altri solo un paio erano davvero over50, gli altri superavano decisamente i 65-70 e tra questi due signore sedute a fianco che parlavano tra loro di continuo.

In realtà al tavolo tutti (tranne il tipo con le cuffie) conversavano amabilmente. Del tempo, di tasse, di quello che era successo durante il giorno, ogni tanto, ma davvero di rado, anche di qualche mano appena giocata.

“Sorry sweetie” dicevano sempre le due signore ogni volta che vincevano un piatto col sorriso benevolo rivolto all’avversario.

Il livello di gioco era conseguente, ad esempio la bionda agghindata con collana e orecchini di perle mi pagò un bel po’ con Asso alta in un 4-way in cui avevo i Re.

“Oh, sospettavo di non essere buona ma ero curiosa, volevo vedere le tue carte perchè finora non le avevi mai girate” disse con una nota di disappunto per la sua decisione.

“Non ti preoccupare cara, la prossima mano andrà meglio, a questo gioco non si può vincere sempre” la confortò l’over60 seduto tre posti alla sua sinistra.

“Eh già proprio vero – ribattè lei – Però pensa che una volta…” e continuò raccontando di quella sera in cui non perse mai una mano perchè non giocò una mano; gli altri ridevano e annuivano.

A destra avevo il tipo con le cuffie che era un impenetrabile reg tombino, a sinistra invece c’era un over60 ben radicato nello spirito del tavolo, che attaccò bottone iniziandomi a chiedere dell’Italia.

 

“Le regole le facciamo noi”

Dopo un quarto d’ora ero diventato il suo amico italiano, dopo mezz’ora, in un 3way openlimpato in cui aveva checkato da grande buio, su puntata e rilancio degli altri due mi fece vedere che aveva floppato top-two prima di foldare.

Avrei voluto fargli un bel discorsetto sulla opportunità di quel fold ma riuscii solo a balbettare uno stentato “well, nice fold i suppose”. Da quel momento in poi, ogni volta che metteva sotto con un punto chiuso, prima di gettare le carte nel mucchio me le faceva vedere.

Dopo un po’ obiettai che da regolamento avrebbe dovuto farle vedere a tutto il tavolo, ma la sua risposta fu perentoria:

“Regolamento? Qui siamo noi a fare le regole caro Giovanni” Poi rivolto agli altri: “Il mio amico italiano dice che dovrei farvi vedere le carte perchè le ho mostrate a lui e così dicono le regole, che ne pensate?”

Gli altri si misero a ridere. “Seriamente?” “Ma non c’è problema, qui siamo tra amici” “Figurati Roger puoi fare quello che vuoi”

La signora asiatica iniziò a raccontare alla bionda un altro aneddoto di qualche vecchia partita e i giochi proseguirono.

Tutto restò come era, compreso il mio disagio ogni volta che Roger mi faceva vedere le sue carte.

 

Come briscola e scopa all’ARCI

Contro lui giocai pochissime mani. L’atmosfera di quel tavolo mi ricordava quella che dalle nostre parti respiravo qualche anno fa ai circoli ARCI/ACLI o nei bar del centro Italia, coi vecchietti attorno a un tavolo a giocare a scopa / briscola (altrove a tressette) mentre io venivo risucchiato dai videogiochi.

I pomeriggi scorrevano tra carichi, primiere e prese in giro, tutti conoscevano i segni per indicare i punti al compagno di squadra, tutti contavano le carte sapendo ogni momento quelle che restavano nel mazzo, proprio come all’Orleans di Las Vegas il linguaggio e le dinamiche del Texas Holdem erano un patrimonio comune che permetteva di passare il tempo in compagnia degli altri a fare qualcosa assieme.

Secondo il New York Times negli Stati Uniti ci sono 50 milioni di giocatori di poker, in pratica quasi un americano su sei gioca a poker ed è consapevole della sua natura di skill game.

Per pietà non riportiamo i dati italiani, la realtà dei fatti è sotto gli occhi di tutti.

Se il poker viene visto come un gioco d’azzardo è un problema tutto culturale, ogni tanto la partita di quella sera all’Orleans me lo ricorda.

 

Foto di copertina: PokerNews

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