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Quando il mini-raise è meglio dello shove nelle bolle dei satelliti di poker
Nei satelliti l’obiettivo non è accumulare più chips possibili, ma semplicemente conquistare un ticket.
Le decisioni preflop sono regolate da dinamiche molto diverse da quelle dei normali MTT.
Nel suo intervento sulle colonne di PokerStrategy, l’autore Barry Carter si chiede quando il mini raise sia preferibile allo shove nelle bolle dei satelliti, mostrando come la risposta dipenda quasi interamente dalla pressione ICM e dalle attitudini degli avversari.
Il risultato per molti può sembrare controintuitivo.
La bolla dei satelliti: il regno dello shove
Quando un satellite si avvicina alla bolla, la strategia cambia radicalmente. Tutti i premi hanno lo stesso valore e perdere lo stack significa perdere il ticket: questo rende il rischio estremamente costoso.
In queste situazioni di gioco, secondo i solver la strategia ottimale è quella di openpushare una percentuale molto alta di mani, talvolta quasi il 100% (any two cards, tutto il mazzo, ndr).
Il motivo è presto detto: gli avversari sono costretti a chiamare con range estremamente stretti. Addirittura nelle bolle dei satelliti dei tornei può arrivare a essere corretto foldare coppia di assi.
Questo genera un paradosso strategico: tutti sanno che nei satelliti bisogna chiamare tight e proprio per questo chi shova può farlo larghissimo. Quando la fold equity è enorme, il push diretto è spesso la scelta più profittevole per proteggere lo stack e massimizzare la pressione sugli avversari.
Ma l’openpush espone al rischio che gli avversari possano aver spillato una premium hand: per questo c’è chi preferisce il miniraise.
Quando è più utile il mini-raise
Il problema principale dei mini-raise nelle bolle dei satelliti è che a loro volta espongono al rischio di subire uno shove e dover foldare.
Per questo motivo, Carter evidenzia come in molte situazioni l’open shove sia preferibile: evita decisioni difficili e impedisce agli avversari di far leva sull’all-in per portarti a foldare.
Nei satelliti, infatti, l’obiettivo non è costruire un grande stack ma non compromettere quello che già possiedi. L’errore più costoso è sempre quello di entrare in un piatto in cui si può finire all-in ed essere chiamati.
Ciò non significa che il mini-raise sia completamente da eliminare. L’azione è da tenere molto in considerazione quando gli avversari si adjustano sui range di openshove e iniziano ad allargare i propri range di call.
In queste situazioni gli shove diventano molto più rischiosi e di conseguenza i range per andare all-in si devono stringere. Qui il mini-raise ha senso come strumento di gestione del rischio e di sfruttamento degli errori avversari.
In generale, contro avversari troppo tight il push domina. Contro avversari che chiamano troppo, il mini-raise recupera valore. In particolare se sono avversari che hanno poca dimestichezza coi range di push in steal.
Capire i range di call
Nella sua analisi, Carter evidenzia come la scelta tra shove e mini-raise non dipenda tanto dalla forza della propria mano, ma dal comportamento degli avversari.
Se sono giocatori che hanno paura di bustare, lo shove diventa un’arma devastante. Se invece chiamano troppo, la strategia deve diventare più prudente e selettiva.
L’opzione migliore dipende quindi sempre dal tipo di avversari che stiamo affrontando, sempre ricordando che nei satelliti la fold equity è molto importante, che i blocker aumentano di valore (gli assi in particolare) e che bisogna evitare il più possibile gli scenari di all-in / call.
Conclusioni: nei satelliti la pressione paga
La prima lezione da apprendere dal contenuto di Carter è che, nei satelliti, il poker tradizionale perde gran parte della sua logica.
Non si gioca per le chips, ma per la sopravvivenza. Più che al valore atteso, bisogna stare attenti a evitare il rischio fatale. Più che vincere il piatto, è importante portare gli altri al fold.
Per questo motivo, in prossimità della bolla dei satelliti, la strategia più forte è spesso quella più semplice: pushare tanto, chiamare pochissimo.
Il vero vantaggio competitivo non sta nella forza della mano, ma nella capacità di comprendere quanto gli altri temono di uscire.










