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il 27 Giu 2018

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“In contrasto con la Costituzione e senza coperture!” Il divieto sul gioco del Decreto Dignità visto da due Avvocati esperti del settore

“In contrasto con la Costituzione e senza coperture!” Il divieto sul gioco del Decreto Dignità visto da due Avvocati esperti del settore

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Questa mattina è finalmente circolata la bozza della nuova regolamentazione pubblicitaria sul gaming che sarà approvata con il Decreto Dignità.

Il divieto totale a ogni forma di pubblicità per il gioco, anche indiretta, su tutti i mezzi di comunicazione (con estensione a eventi e manifestazioni sportive e non dal prossimo gennaio), fa però già discutere.

Per capire le liceità di un simile divieto totale abbiamo parlato con Giulio Coraggio e Vincenzo Giuffrè, avvocati esperti del settore gaming della DLA Piper.

 

IPC: Il divieto assoluto di pubblicità per un intero settore può essere lecito o può presentare qualche violazione – sia in relazione alle disposizioni europee sia al dettato costituzionale del nostro paese? Che diritti può ledere?

R: Da un punto di vista di conformità con la normativa europea, un divieto totale ed assoluto della pubblicità di giochi con vincita in denaro sarebbe in contrasto con i principi di libera prestazione dei servizi perché limitativo della libera commercializzazione dei servizi e potrebbe essere oggetto di ricorso alla Corte di Giustizia Europea. Inoltre, è da considerare che lo Stato italiano è obbligato a notificare il divieto di pubblicità alla Commissione europea ai sensi della Direttiva UE 2015/1535 per consentire la revisione da parte della Commissione europea e degli altri Stati Membri per il c.d. periodo di “stand still” di tre mesi il che non è avvenuto al momento. Ciò comporterebbe che gli operatori stranieri privi di una concessione italiana potrebbero argomentare l’invalidità del sistema concessorio italiano e continuare ad offrire giochi in Italia senza alcuna concessione, senza alcuna forma di controllo a causa della difficoltà di eseguire contestazioni all’estero e senza pagare alcuna imposta allo Stato italiano.

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Per quanto riguarda invece la conformità con il dettato costituzionale si segnala come lo Stato italiano ha già introdotto norme a tutela dei giocatori tramite il sistema concessorio che è stato oggetto di numerose decisioni della Corte di Giustizia europea e tramite le limitazioni già introdotte alla pubblicità dei giochi con vincita in denaro. Si potrebbe invece argomentare come il divieto totale di pubblicità equivarrebbe ad un totale divieto di offerta di gioco in Italia che andrebbe ben oltre le possibili limitazioni alla libertà di impresa consentite dall’articolo 41 della Costituzione.

IPC: Se il Decreto Dignità dovesse essere approvato con il ban totale alla pubblicità, i concessionari che hanno pagato per ottenere una licenza AAMS a operare sul territorio italiano potranno rivalersi in qualche modo? Per quali precise ragioni, e in che sedi e come?

R: Gli operatori di gioco a distanza detengono una concessione rilasciata dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli che consente, ma anche obbliga, di offrire giochi a distanza entro termini e sulla base di livelli di servizio molto stringenti per la quale hanno pagato un importo iniziale e pagano con cadenza annuale un canone di concessione, in aggiunta alle imposte sui giochi. A tal proposito, lo Stato italiano avrebbe prima consentito l’offerta di gioco e, in pendenza delle concessioni, l’avrebbe vietata senza prevedere alcuna eccezione per le concessioni già in vigore od oggetto di bandi già pubblicati. L’impossibilità di compiere alcuna tipologia di pubblicità altererebbe un elemento essenziale dei termini della concessione, in un momento successivo alla pubblicazione del relativo bando, rendendo impossibile lo svolgimento dell’attività oggetto della concessione. Oltre ai costi diretti derivanti dalla partecipazione al bando, gli operatori di gioco potrebbero vantare pretese anche con riferimento a tutti i costi di avviamento e per gli investimenti sostenuti in questi anni sulla base su una licenza validamente ottenuta.

IPC: Nonostante i promotori di queste disposizioni sostengano che Il divieto assoluto di pubblicità non impatterà sulle casse dello Stato, c’è chi sostiene che invece lo farà sia dal punto di vista dei minor introiti derivanti dalla tassazione sul gioco (con il conseguente spostamento su operatori non autorizzati), sia dal punto di vista dei rimborsi ai concessionari che intraprenderanno azioni contro questo divieto. Questa manovra abbisogna o no di coperture finanziarie, e nel caso di risposta affermativa, di che entità? Ci sono?

R: Il divieto di pubblicità del gioco comporterà inevitabilmente una riduzione delle entrate dello Stato in termini di imposte di gioco e canoni di concessione che deriverebbero dalla inevitabile riduzione dell’attività di gioco. Solo a titolo indicativo, il mercato dei giochi con vincite in denaro genera per lo Stato circa € 10 miliardi di entrate fiscali che si ridurrebbero notevolmente, se non quasi interamente. A questa cifra va necessariamente sommato anche il danno economico che, a cascata, si ripercuoterebbe nei confronti di tutte le imprese della filiera del gioco, basti pensare alle varie società media del settore. Tutto ciò senza tenere in considerazione i possibili rimborsi, anche solo a titolo di indennizzo, che potrebbero essere riconosciuti ai concessionari che intraprenderanno azioni contro questo divieto.

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