Thursday, Oct. 6, 2022

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il 24 Ott 2014

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L’intuito è importante nel poker? Il punto di vista della ‘Nuova Scuola’

L’intuito è importante nel poker? Il punto di vista della ‘Nuova Scuola’

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Qualche giorno fa quattro noti player italiani “di lungo corso” – Antonio Buonanno, Salvatore Bonavena, Sergio Castelluccio e Riccardo Lacchinelli –  ci hanno detto la loro sull’esistenza dell’intuito nel poker.

In questa seconda parte abbiamo deciso di rivolgere la stessa domanda ad alcuni tra gli esponenti più affermati della “nuova generazione”: seguendo l’immagine sopra da sinistra a destra, Mustapha Kanit,  Dario Sammartino, Andrea Dato e Christian Favale.

Ecco come ci hanno spiegato la loro visione dell’intuito nel poker:

Andrea Dato: “A mio parere non esiste una componente per così dire “mistica”. Io più che intuito lo chiamerei esperienza. Ogni avversario nel corso delle varie strade fa una mossa, poi sta al giocatore decidere in che misura dare credibilità o meno alla sua azione. Nel poker moderno ci vuole tanta tecnica, e questa interviene quando sei in grado di attribuire un range all’avversario. Ci sono tanti giocatori che amo definire “feel player”, alla Kitai per intenderci, che carpiscono elementi importanti dalla gestualità, dalla size, da come un giocatore posiziona le chips. Insomma da questi aspetti capiscono se l’avversario “ce l’ha”o “non ce’ha”. Questi semplicemente cancellano una parte del range, quello finto, rimanendo solamente col ventaglio del vero. Più tempo stai al tavolo e più impari a riconoscere i comportamenti dei giocatori. Uno come Sammartino ad esempio, ha esattamente questo tipo di caratteristiche e riesce ad azzeccare il timing in modo impeccabile. In sostanza riesce a capire quando è il momento di fargliela e quando è meglio restare cauti. E’una particolarità del singolo player, c’è chi ha una predisposizione maggiore per il giusto timing e chi in situazioni critiche sceglie di utilizzare il blocker. Io come caratteristiche mi affido alla tecnica,: al tavolo, così come nella vita sono fin troppo onesto”.

Dario Sammartino: “Sebbene anagraficamente possa sembrare il contrario, io sotto certi aspetti sento di far parte della “Old School”. Certo, con tutte le eccezioni del caso ovviamente, ma quando sono in partita penso di riuscire a percepire quello che pensano gli altri. Ad esser sincero credo che questa caratteristica dipenda dal fatto che sia napoletano (ride).  Scherzi a parte la realtà in cui si vive a Napoli è ben diversa rispetto a tutte quelle delle altre città, quindi a suo modo è probabile che questo aspetto abbia contribuito a sviluppare un “senso di sopravvivenza” più spiccato in confronto a tanti altri giocatori. Grazie a questa caratteristica mi capita spesso di capire chi ho di fronte, che cosa vuole rappresentare e cosa realmente ha. E comunque non penso proprio che ad Andrea – Dato  – manchi questa skill, perché col tempo mi pare la stia acquisendo anche lui”.

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Mustapha Kanit:  Secondo me esiste un sesto senso e ai tavoli live ci sono persone vincenti che lo usano tantissimo. Kitai è un ottimo esempio, uno che giocando tantissime mani si trova spesso in situazioni molto complicate dove occorre essere bravi sia a “foldare” che a “herocallare”. Penso che lui, in queste situazioni, decida più in base alle sensazioni che alla matematica, e più in generale credo che i top a livello mondiale abbiano tutti quel qualcosa in più. Molto spesso, dopo tanti anni di gioco, lo stile di gioco di ciascuno si adatta al talento naturale. Sono tanti gli aspetti che possono incidere, e come dice Dario – Sammartino – anche l’ambiente in cui sei cresciuto può condizionare fortemente sia il tuo stile di gioco che quello che riesci a percepire al tavolo. Tutti i migliori giocatori dell’online hanno un’ottima conoscenza della matematica applicata al gioco, e sopratutto una profonda consapevolezza delle dinamiche in cui riescono ad esaltare le loro caratteristiche. Il poker è qualcosa di molto personale, nel senso che io non portò mai giocare come fa “Datino” e viceversa: abbiamo due stili, due esperienze di vita e due modi di pensare diversi. Pur essendo entrambi dei player vincenti, la maggior parte delle mani che giochiamo vengono impostate in maniera totalmente differente. Andrea è in grado di fare alcuni “Herofold” eccezionali, che a mio modo di vedere sono impossibili, e penso che per lui sia la stessa cosa riguardo alcuni miei “Herocall”. Io mi fido molto di me stesso, di quello che penso o percepisco nel corso della partita, e ho adattato il mio stile di gioco di conseguenza. Ecco, per me questo è ciò che si può definire “sesto senso”.

Christian Favale: “Non credo che esista un “sesto senso” nel poker, cosi’ come credo che molto spesso l’efficacia di questa presunta dote sia in qualche modo alterata dalla memoria selettiva. Il poker e’ matematica, c’e` poco da fare, e l’unico talento che possiamo avere e’ una spiccata propensione per certi ragionamenti logici fuori dal comune (qualita’ che spesso può essere confusa con il sesto senso). Certo nel poker live esistono altri fattori che possono portarti a fare una determinata scelta, come i tell che vengono forniti da giocatori meno esperti…ma in qualche modo anche questa e’ una disciplina che può essere insegnata”.

 

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