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il 16 Set 2019

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Il futuro del poker high-stakes per Tom Dwan

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Il futuro del poker high-stakes per Tom Dwan

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Se c’è qualcosa che negli anni è cresciuta esponenzialmente questa è la scena high stakes.

Il numero di tornei con buy-in a quattro, cinque e addirittura sei zeri è aumentato a dismisura, prima con sporadici eventi inseriti nelle manifestazioni di cartello e successivamente con l’avvento delle Triton Series, che hanno creato un circuito elitario basato solo su tornei high stakes.

Uno dei personaggi più in vista nella scena nosebleed è sicuramente Tom Dwan, veterano di mille battaglie da Las Vegas a Macao, che recentemente ha parlato del futuro del poker high stakes nella classica ospitata negli studi di Poker Central.

Le Triton Series un fallimento? Mi sbagliavo…

Tom Dwan ammette che le sue perplessità iniziali sulla riuscita delle Triton Series, portate al di fuori dei confini orientali da Paul Phua, siano state spazzate via dopo l’evento di Londra di quest’estate:

Non ci avrei scommesso e lo dicevo a Paul, ma ho dovuto cambiare idea visto come sono andate le cose. E’ quel che capita quando qualcuno ha delle idee nuove e Paul in particolare ha spinto tantissimo per la riuscita di questo evento. Questo dimostra che l’audacia a volte paga e probabilmente in futuro vedremo sempre più spesso manifestazioni come queste.

Per Dwan, a prescindere dagli stakes in ballo, non bisogna mai dimenticare che in fondo si tratta di un gioco:

L’aspetto sociale è importante a qualsiasi livello e non deve mai essere sottovalutato. Certo, la gente prova a vincersi i soldi reciprocamente ma in fondo è proprio il fattore sociale che porta le persone a stare attorno allo stesso tavolo.

Poker come gli scacchi? Sarebbe la fine…

In tanti, in preda alla frustrazione derivante dai risultati ottenuti nel breve periodo a causa della bad run, vorrebbero che il poker fosse qualcosa di più simile agli scacchi e che l’abilità venisse premiata anche nella singola partita e non solo nel long term.

Per Dwan invece è proprio questo il pericolo da scongiurare:

Il poker non può permettersi di diventare un gioco statico nel quale chi più lavora duro più vince. Sicuramente il lavoro verrà pagato e chi studia di più vincerà tantissimi soldi, ma il rischio che si corre è che tanti amatori si sentano intimoriti e non riescano più a divertirsi, levando quella porzione di liquidità fondamentale a tenere in vita il movimento.”

Secondo “durrrr” bisogna invece lavorare nella direzione opposta, cercando dove possibile di assottigliare le differenze tra pro e amatori. Un esempio perfetto sembra essere l’introduzione dello shot clock:

Molti amatori non adorano stare immobili per cinque minuti mentre il pro di turno li scruta per carpire qualsiasi singolo movimento. Ecco perché lo shot-clock si è rivelata una mossa ottima per i tornei high roller: anche se di poco, riduce il divario tra player ricreazionale e professionista.”

Nella stessa direzione va la sua approvazione per lo Short Deck, o Six-Plus Hold’em se preferite:

E’ importante e salutare avere la possibilità di giocare diverse specialità. Lo short deck è un gioco che piace molto agli amatori, è ancora nuovo e ha tanto margine di miglioramento anche se non saprei dirvi come sarà tra dieci anni.

Se vi siete persi il ritorno di Tom Dwan alle World Series of Poker è il momento di DARE UNO SGUARDO QUI

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